Mecca Studio, la startup che realizza tavole da surf in legno a controllo numerico

LightCore - Open Design Special Prize winner banner_398x600Design, ingegneria ed innovazione: da qui nasce Mecca Studio, una start up innovativa che vede impegnati 6 laureandi di Roseto, Morro d’Oro e Casoli di Atri (TE): Andrea Pavone, Ingegnere meccanico 24 anni; Alex Di Giuseppe, Designer 21 anni; Francesca Marini, matematica 23 anni; Matteo Montecchia Ingegnere, 24 anni; Giulio Di Sabatino e Marco Montecchia, fondatore di Mecca Studio.

Questi giovani talenti hanno creato LightCore, la tecnologia che permette di realizzare tavole da surf in legno interamente a controllo numerico. “Le caratteristiche del nostro prodotto sono molto vicine a quelle delle moderne tavole da surf in EPS e vetro-resina anch’esse “shapeate” a controllo numerico. La produzione della nostra tavola è compatibile con le realtà artigianali di piccola serie della nostra regione“, hanno commentato gli studenti. “Oltre alla tecnologia LightCore abbiamo concepito il meccaKIT, che permette ad ogni utente di montare con le proprie mani la sua tavola da surf. Questo è possibile sia grazie all’intuitivo assemblaggio dei listelli a “matrioska”, sia grazie ai meccaTOOLS. Questi ultimi sono tutto ciò di cui l’utente ha bisogno per costruirsi la sua tavola e assaporare l’incredibile sensazione di surfare la propria creatura“.

L’idea, raccontano i 5 ragazzi, è nata da una intuizione avuta durante lo shapeaggio di uno dei primi prototipi: “Abbiamo deciso di portare sul mercato non solo tavole da surf ma un’esperienza vera, che vede coinvolti i sensi e le abilità manuali. Un prodotto indirizzato al surfista che cerca ottime prestazioni e che ama, o vuole scoprire, le tavole in legno.L’innovazione non interessa quindi solo l’aspetto tecnologico del surf. Mecca Studio vuole infatti offrire al surfista qualcosa di più, la possibilità di emozionarsi personalizzando la propria tavola, sia a livello funzionale che estetico, dalla scelta del colore all’inserimento di grafiche, con l’obiettivo di creare un legame indissolubile fra l’uomo ed il proprio strumento“.

Il progetto ha appena vinto il Premio Speciale di Open Design Italia 2016 e dal 10 al 12 giugno sono in mostra nella Basilica Palladiana di Vicenza.

 

RITORNO AL PASSATO

Delle volte succedono delle cose straordinarie in posti tanto piccoli.

Perché Roseto, rispetto ad una città come Milano e Londra, è davvero tanto piccola.

Quello che non cambia però è la probabilità di incontrare persone speciali, ricche, e certamente non siamo qui a parlare di soldi.

Presso la scuola elementare Gabriele D’Annunzio, infatti, ho incontrato il signor Aurelio Formicone, noto ai rosetani come la voce de “Le Ombre”, che ha regalato ai bambini la mostra più sorprendente degli ultimi tempi: “Storia di vita – La tecnologia dal 1900 al 2014”.

La tecnologia, il design e, soprattutto, la curiosità sono stati i protagonisti dell’evento che ha coinvolto anche i ragazzi delle scuole medie.

Aurelio Formicone, trentennale tecnico di IBM, ha raccontanto tecnicamente e sentimentalmente tutti gli oggetti che hanno circondato la sua vita: oggetti propri e prestati, oggetti che hanno fatto parte di un secolo di storia e hanno determinato lo sviluppo di una cultura oggi scontata.

Un valzer tra radioline Brionvega, macchine da scrivere, grammofoni del primo novecento, macchinette fotografiche a soffietto, home game Commodor 64, televisioni a due canali o a valvole e cineprese storiche.

Per la prima volta Roseto degli Abruzzi si trasforma e con essa anche la storica scuola elementare: sembra di essere a Milano, in Triennale, e di assistere ad una mostra internazionale vista la qualità degli oggetti esposti e la validità degli insegnamenti.

“Prendi nota”, come è nato il post-it

note-4A cura di Giorgia Pasquini

C’era un uomo che, nel Minnesota, adorava cantare nel coro della sua chiesa e di mestiere faceva il ricercatore in un’azienda, la prima a brevettare lo scotch.
L’uomo, che si chiamava Art Fry, non mancava mai ad una messa e, in un afoso giorno estivo, ebbe un lampo di genio.
Fry infatti aveva un grosso problema da risolvere: il disordine dei suoi fogli. Ogni volta che il coro cambiava canzone, lui era lì a cercare la pagina giusta del libro dei canti senza mai trovarla, in quel caos di fogli bianchi che si mischiavano, volavano, scivolavano sotto l’omelia del prete. Sì perché la sua tecnica era quella di infilare nel libro dei foglietti bianchi che segnassero le pagine esatte dei canti, ma in metodo continuava a non funzionare.
Così accadde che una volta, durante una messa estiva particolarmente afosa, qualcuno decise di aprire le porte della chiesa, per permettere all’aria di circolare e rinfrescare i fedeli; la stessa aria però trovò divertimento nel far volare via tutti i fogli del povero Fry che, disarmato, non potè far altro che osservare la danza dei suoi foglietti che volteggiavano verso il basso, liberi.
Lì il colpo di genio.
Fry si ricordò di un adesivo messo appunto anni prima da un suo collega, Spencer Silver, ma non uno qualunque, bensì un adesivo che era stato scartato dalla produzione per la celere perdita di capacità adesiva: un adesivo che rimanesse tale solo per breve tempo.
In preda all’entusiasmo maturatogli dall’idea in chiesa, il lunedì tornò a lavoro e passò un anno a sviluppare la propria intuizione, sfruttando anche l’esperimento di Silver.
Giunto alla presentazione dell’idea all’ufficio commerciale, Fry non riscosse che indifferenza in risposta ma, viste le numerose insistenze, i responsabili decisero di fare delle prove di distribuzione e il prodotto ottenne un successo che ancora oggi non smette di tramontare.
Il prodotto in questione è il famoso Post-it, immancabile in casa e in ufficio, che potremmo collocare in quello che possiamo definire design anonimo.
Fry si è trovato dunque davanti ad una necessità particolare a cui ha sviluppato un rimedio sfruttando, alla fin fine, tecnologie già esistenti in cui altri avevano creduto troppo poco.
Questa favoletta ci ha raccontato la vera storia di un grande progetto, che noi oggi utilizziamo come se esistesse da sempre, senza nemmeno accorgercene ed è proprio in questo che risiede la forza di questo oggetto.
Credo che molte volte la soluzione di un problema sia già in qualche modo nella nostra mente: in quello che abbiamo visto, vissuto, pensato o fatto in precedenza. Fare il progettista non equivale quindi a fare l’inventore, ma certamente vuol dire sfruttare tutto ciò che è stato inventato.

“Errare” in design

imm_pensilinaA cura di Giorgia Pasquini

Oggi è uno di quei giorni in cui mi metto davanti allo specchio e, un po’ alla volta, mi critico.

Non è che uno debba farlo per ore, ogni giorno, ma ogni tanto ci vuole, per vedere a che punto siamo arrivati, cosa ci piace e cosa no, cosa cambiare e cosa valorizzare.

Viaggio spesso per piacere o per studio e, anche per una strana passione personale, sono solita aggirarmi per la stazione di Roseto: vi risparmierò il lato romantico suscitatomi ogni istante da quel luogo, ma non di certo quello funzionale.

Facciamo finta che io sia turista, di viaggio o per caso, e facciamo che io scenda dal treno senza sapere dove mi trovi: un posto meraviglioso. Me ne sono accorta già dal viaggio, dove al posto di fianco al mio era seduto il mare, che mi accoglie anche all’arrivo. Scendo il sottopassaggio e, dove vado? Vedo scritte ammassate sulle pareti ma nessuna indicazione.

Mi ritrovo in una piazza grande. Ci sono delle sedute, ognuna di genere diverso dove, se fossi anziana, probabilmente non avrei voglia di sedere; in mano ho il mio biglietto, vorrei gettarlo: ci sono cestini per rifiuti, anch’essi non molto coerenti, mi illudo si distinguano per la raccolta differenziata, ma no, e butto la mia carta con il resto. Adesso il mio sguardo si posa sulla pensilina dell’autobus, avvicinandomi realizzo che questa enorme e pesante capanna offre seduta per tre persone…tre?! Pensare che ne esistono di nuove, fotovoltaiche, che producono calore in inverno o energia per ricaricare telefonini, piuttosto che per ascoltare musica nell’attesa dell’autobus.

Decido di andare verso il mare e, uscendo dal sottopasso, mi ritrovo in un luogo meraviglioso:

“Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitio che dura e varia nell’aria secondo le fronde più rade, men rade.”. C’è un parchetto per i bambini il cui tetto è naturale, un lavoro di anni, che è sopravvissuto a tante intemperie, rivelandosi non solo pineta, ma anche “costruzione” naturale che ripara dal sole estivo e permette ai bambini di giocare anche sotto una pioggia leggera. Il terreno è cosparso di sassolini bianchi ma, sotto i giochi, un pavimento morbido si prende cura dei bambini, anche di quelli che ancora gattonano. Nessun sassolino potrà infilarsi nelle scarpe e impedire ai piedini di correre, salire, scivolare e dondolare.

Siedo e mi riposo, respirando l’aria del mare. Lo specchio mi ha rivelato alcuni difetti, ma anche pregi. Se conosco le mie debolezze, posso tramutarle in forze.

Olivetti, un esempio didattico

immA cura di Giorgia Pasquini

Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio.

Natalie Ginzburg ci offre, in lessico familiare, l’immagine di un uomo che ha donato alla storia industriale italiana un prestigio epico, purtroppo, oggi assente: parliamo di Adriano Olivetti.

Figlio di Camillo Olivetti, fondatore dell’azienda produttrice di macchine da scrivere e non solo, Adriano concretizza il concetto con il quale vi ho lasciato lo scorso articolo: il design è progetto che sfocia in prodotto, comunicazione e allestimento.

Quando Adriano torna dal suo viaggio-studio in America, trascina in Italia tutta la sua esperienza estera: grazie a lui, noi tutti oggi conosciamo Olivetti, ma non solo, la conoscono molto bene anche i nostri amici americani.

Il seme di questa fama risiede nell’idea di progetto totale che l’azienda ha realizzato attraverso i suddetti campi che esploreremo singolarmente:

PRODOTTO: lettera 22. Strumento leggero e facile da trasportare che permette ai giornalisti di redigere il pezzo sul luogo dove sono inviati. Il telaio in alluminio è inglobato da un involucro di plastica affidato alla progettazione di Marcello Nizzoli.  È quest’ultimo particolare a segnare una caratteristica peculiare dell’azienda: all’ingegnere viene affidata la meccanica, al designer la scocca che deve essere progettata  dunque in funzione sia del tecnico che dell’utente finale.­­­

COMUNICAZIONE: manifesto 1949. È Giovanni Pintori uno degli autori delle pubblicità Olivetti: in particolare, questa mostra una grafica all’avanguardia per l’epoca dove, per sponsorizzare un calcolatore, i protagonisti diventano numeri e soprattutto colori. La vasta gamma di colorazioni che Olivetti offre con i suoi prodotti è completamente nuova se pensiamo che concorrente principale dell’epoca è lBM, altra grande azienda, che presenta sul mercato solo calcolatori neri.

ALLESTIMENTO: show room Chicago. Moltissimi grandi architetti sono coinvolti nella storia Olivetti tramite la realizzazione dei negozi. Vi propongo un esempio americano per comprenderne l’importanza: la vetrina è allestita come fosse un’esposizione d’arte (chiaro riferimento artistico è l’istallazione che supporta il logo). Le macchine, prodotti industriali, si mostrano dunque come unici, ma Olivetti li mette in strada, come se fossero di tutti, rendendoci partecipi di quest’opera e invitandoci ad ammirarla con occhi, cervello e mani.

Breve introduzione al design

imm_designA cura di Giorgia Pasquini

Un giorno Dante, passando per San Pietro, sentì intonare le proprie novelle da un fabbro che lavorava in piazza. La maniera del fabbro era talmente sgraziata che Dante lo raggiunse e iniziò a imitargli il mestiere, buttando però gli attrezzi qua e là.
“O che tu fai?” chiese il fabbro al Sommo, vedendosi gettare in aria i ferri.
Il poeta gli rispose: “Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie (…) tu canti il libro e non lo dì com’io lo feci: io non ho altr’arte, e tu me la guasti”.
Questa breve introduzione, una novella del 1724, corrisponde all’attuale condizione del design nel mondo in cui, sentendosi tutti un po’ designer, è lecito che tutto sia design e che i mestieri vengano confusi.
Dopo un attento e scrupoloso esame di coscienza, credo che gran parte di voi lettori possa affermare di non sapere cosa sia il design o, in caso contrario, di averne un’idea molto approssimativa.
Fate finta che sia un indovinello enigmistico: la soluzione la troverete solo in fondo alla pagina.
L’arte nasce con l’uomo che incide le grotte, cresce con lo sviluppo delle civiltà greche e romane e poi con l’ascesa del potere ecclesiastico, desideroso di impreziosire i propri luoghi di culto. In particolare è nel Medioevo che l’arte partorisce il concetto di artigianato, con la nascita delle corporazioni, in cui gruppi di lavoratori esercitanti la stessa professione diventano soggetti alle stesse regole.
Il design non appartiene dunque al Medioevo, è chiaro, trattandosi di arte industriale, non può che nascere tra ‘700 ed ‘800, quando si distacca nettamente dalle tre arti maggiori (che il Vasari battezzò come pittura, scultura e architettura).
Oggi è sviluppato e lavora a sua volta in tre macrocategorie: il product, realizzazione di oggetti, il graphic, comunicazione visiva e l’interior, che si occupa degli allestimenti.
Il design non è arte, non è artigianato e non è decorativismo, il design è progetto. Quando osservate una sedia, una confezione di biscotti, l’allestimento di una mostra o l’interfaccia del vostro computer, più che fermarvi al colore, chiedetevi se funziona davvero: se la risposta è sì, forse lì dentro c’è del design.

Cos ’è il bello?

bircdi Giorgia Pasquini

Per spiegare il concetto si potrebbe fare ricorso a un proverbio, ma con una variante dissacratrice, che potrebbe essere più o meno questa: “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che funziona”.

Siamo nell’800 quando a Langenberg, in Germania, un certo Johan Adam Birkenstock viene iscritto nei registri della sua parrocchia come “suddito e calzolaio”. Il nome vi dice qualcosa? Nel 1896 Konrad Birkenstock, mastro calzolaio, apre b n due negozi di calzature a Francoforte, ponendo le basi di un’attività che, con gli anni, sarebbe divenuta uno dei maggiori brand specializzati nella produzione di sandali, infradito e scarpe. Credo che il signor Johan sarebbe elicemente sorpreso di conoscere la grandezza e l’espansione dell’attività da lui iniziata che, a distanza di due secoli, ha reso indimenticabile il proprio cognome. Infatti, il marchio Birkenstock gode oggi di un successo mondiale e, soprattutto, di imitatori incalliti che contribuiscono così a pubblicizzare ulteriormente il prodotto. Quello che contraddistingue la produzione di questo marchio è la cura e lo studio, quasi maniacale, dell’anatomia del piede che da vita ad un prodotto la cui forma è la risposta diretta alle curve dei piedi e alla realizzazione del loro comfort. Sul web, e non solo, queste calzature sono giudicate “il sandalo più brutto della terra”, o anche “la bestemmia estetica”, senza considerare la scontata idea che molti hanno sul fatto che l’Italia sia la maestra del bello e che dunque la moda di un buffo sandalo tedesco sia un’assurdità. C’è da dire, però, che la moda spesso è in netta contraddizione con l’etica del design, poiché quello della moda e quello del design sono concetti ben distinti e separati tra loro: geometricamente parlando potremmo definire la moda come una circonferenza, un insieme il quale percorso ciclico non fa che ripetersi, girare e alternarsi in stagioni che si ripeteranno continuamente; il design potrebbe essere identificato in una semiretta, in cui il punto di origine è rappresentato dalla rivoluzione industriale e che si sviluppa all’infinito. Questo perché deve adattarsi alle esigenze dell’uomo che cambiano velocemente insieme allo stile e il tipo di vita. Questo non vuol dire però che le due strade non possano incrociarsi, come in questo caso: le Birkenstock sono calzature che, con il loro disegno, proteggono le dita, la loro distribuzione, favoriscono lo sgravo del peso corpereo, curano il microclima del piede e lo supportano; il materiale (sughero e lattice naturale) è flessibile e, da sottolineare, si adatta alla forma personale del piede: un prodotto industriale (quindi prodotto in serie, in pezzi uguali), capace però di diventare personale; mia sorella o mia madre non possono indossare le mie Birkenstock, poiché i miei piedi piatti le hanno rese scomodissime a dei piedi normali come i loro. Dunque la bellezza, o meglio, il canone estetico è un discorso che va di pari passo con la moda, che sceglie i propri target e i propri gusti a seconda dell’epoca e il momento storico che vive. Il design va a braccetto di un altro concetto, quello di funzionalità. Non amo i proverbi, quindi ne dissacrerò uno che secondo me funzionerebbe meglio così: “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che funziona”.